EVOLUZIONE AL FEMMINILE – DOMANDA : QUAL' E' L' EVOLUZIONE AL MASCHILE?

donneDurante la ricerca per saperne di più sulla parità salariale uomo – donna ci siamo imbattuti con un racconto della professoressa Tonia Orlando di Guardiagrele (CH) , patria anche dell' emerito e compianto economista Giacinto Auriti, L' autrice , docente di lettere , ha dato alle stampe , con l' editrice Carabba di Lanciano (CH) un volumetto di racconti autobiografici di ambienti e rapporti umani in un violetto del paese dove viveva da bambina . Fra questi racconti c'è quello che pubblichiamo, scelto perché testimonia di una realtà ormai ignorata non tanto per la lontananza nel tempo passato quanto per effetto della evoluzione dei costumi sociali legati al cambiamento della funzione femminile nell' attuale società. La lotta per la parità salariale ne è la dimostrazione concreta.

 Ma i ricordi del passato non tutti li dimenticano, e non vanno ignorati perché senza di loro non esisterebbe il presente. In questo senso Tonia Orlando sta dando un contributo straordinario raccontando ciò che Lei ha vissuto , o i ricordi della mamma , e forse anche della nonna.. Chi volesse descrivere l' evoluzione al maschile avrà lo spazio necessario su INTERVENTI.COM.

Quelle generose donne del vecchio Abruzzo

""""Che fermenti in quel quartiere.... in un passato non così lontano, era stato pieno di donne. Lei di queste conservava un ricordo profondissimo che finiva per identificare con l' immagine delle donne della generosa provincia d' Abruzzo. Le tornavano in mente tutte, saranno state nonne, mamme, zie, cugine ma certamente creature di altri tempi.
Le rivedeva in un mondo fatto di cose antiche, qualcuna che lavava nei lavatoi fuori del paese, alle falde della dura montagna o alla fontanella del quartiere, addossata al muro della sua casa, di fronte al vicoletto in quelle rigide e tristi giornate d'inverno. Erano donne dalla corporatura massiccia, senza cura, che invecchiavano in fretta. Altre erano esili come fuscelli, sempre ammalate per la vita ruvida che conducevano, in atmosfere ripetitive e dimesse. Avevano tutte il volto rosso Quando le giornate si facevano calde, uscivano al sole, sedute su scomode panche, a godersi quel raggio di sole e sferruzzavano o impagliavano qualche sedia sfasciata con paglia bagnata che attorcigliavano a treccia, mettendoci dentro la fatica e i sogni. Le più giovani le sentiva cantare nel suo quartiere e le loro voci, insieme con i rumori degli artigiani, risuonavano nell'aria calda dell'estate. Le voci riempivano la scena in ogni circostanza, era un vociare continuo, era la cultura della parola.
Dalle prime ore del mattino le voci partivano dai balconi e dalle finestre in una gioiosa comunicazione corale, attraverso la quale si condividevano informazioni varie, ma si potevano anche chiedere la cipolla, il prezzemolo, il sale. Si era legati da un rapporto di semplicità e schiettezza e chiedere era la regola.
Nella sua casa le vicine salivano e scendevano senza sosta e tra una chiacchiera e l'altra, si arrivava a mezzogiorno che i fornelli erano spenti. Si parlava e si narrava di tutto e in quell'onda, si citavano aneddoti, personaggi, si riferiva di vicende, di occasioni perdute, di dolori, di amori, di rimpianti. Le voci erano modulate come strumenti musicali e variavano in relazione ai fatti narrati riflettendo l'enfasi dei contenuti; si alzavano di tono e si abbassavano fino a sfumare e spegnersi nel silenzio più profondo. I bambini ascoltavano tra un gioco e l'altro, sostavano incantati, qualcuno con la bocca aperta e gli occhi sgranati, a stordirsi alla melodia di quei racconti ammaliatori che con saggezza sapevano conquistare l'anima.
Straordinari erano i pomeriggi di primavera sulla sua collina, con le fragranze dei piccoli orti ricavati in angoli verdi del paese e delle grandi terrazze, impregnati di odori di basilico e di menta. Le sue donne erano anche là, semplici, genuine, sorridenti, che invitavano ad annusare un profumato rametto di rosmarino o i fiori blu di una spiga di lavanda.
Altre volte donne riunite in preghiera, in quelle grosse e sguarnite cucine, con i rosari tra le dita, qualcuna più vecchia, altre giovani, ubbidienti ed assorte, nella cantilena soporosa di quei versi. E ancora creature, tutte al femminile, lei le rivedeva con abiti scuri e figli in braccio, i capelli raccolti, serie in viso, in posa per una fotografia di gruppo, in una rara festa di matrimonio. Qualche anno più tardi, donne finite in fabbrica, questa volta rapide, automatizzate nei ritmi e nel cuore; non più ciarlone ma mute. Una sirena stridente e fastidiosa scandiva il loro tempo. Non cantavano più, si erano lentamente spente, nell'ansia di correre e nel desiderio di una vita migliore. Dietro il cancello della fabbrica avevano imparato a lasciarci i figli e i sogni.
In ogni caso erano donne soddisfatte della loro vita, che alla fine di ogni giornata avevano conquistato una coscienza più forte e più profonda fatta di cose semplici ma vere. In quei gruppi di donne, un po' ciarlone, un po' operaie, insieme con i suoi coetanei, lei si era sentita bene; aveva imparato a condividerne il linguaggio rozzo ed efficace , li aveva sentiti come porti sicuri dai quali nessuno di loro desiderava allontanarsi e per lei, dopo tanto tempo, questo rappresentava ancora il bello della vita. ""